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1 - LE FORME DELLA
TRASMISSIONE DEL SAPERE IN ARABIA
AL TEMPO DEL PROFETA MUHAMMAD
A lungo si è
discusso, ed ancora si discute, se la poesia araba preislamica sia stata
realmente orale o meno, e più in generale se la società dell'Arabia
preislamica in cui nacque il profeta Muhammad* (analfabeta, secondo la
tradizione), fosse davvero una società senza scrittura. Sappiamo ad
esempio da al-Balâdhurî (m. 892) [De Goeje 1866: 473-4] che alla Mecca
ai tempi in cui nacque il profeta vi erano 17 persone che sapevano leggere
e scrivere. Sono tante o sono poche?
Numerose testimonianze danno forza ai sostenitori dell'esistenza di una
"società delle lettere" preislamica. La grande produzione di
poesia da un lato - di cui sono testimoni i corpora a noi giunti, e la
sterminata mole di iscrizioni e graffiti rinvenuti in tutta la Penisola
dall'altro (circa 12.000 in sudarabico, decine di migliaia in nordarabico,
una decina in arabo prima del 622, ma subito a migliaia nel primo secolo
dell'egira, e svariate migliaia in aramaico), potrebbero far pensare -
addirittura - ad una società di grafomani. Tuttavia, fa notare Christian
J. Robin [2001: 560 e ss.], di tutti i testi pervenutici non ve n'è uno
che abbia valore letterario in senso stretto: né poesia, né inni
religiosi, né mitologia, né storia, né narrativa, ma solo testi legali,
celebrativi, amministrativi, firme, tutt'al più epitaffi (seppure con
un'unica ma importantissima eccezione).
*
L'unico testo strettamente letterario è il cosiddetto "Inno di Qanya".
Si tratta di un testo graffito (un inno alla Dea del Sole) di 27 versi
scritti su una roccia nei pressi di Qanya (Yemen) in caratteri sudarabici,
ma in una lingua ancora sconosciuta (probabilmente himyaritico, o un
dialetto nordarabico), databile alla fine del I sec. d.C.. Il testo è
pubblicato in Y. `Abdallâh [1988] e da lui tradotto in A.de Maigret
e A.Avanzini [2000:157]. Sebbene la sua interpretazione e traduzione sia
tutt'altro che chiara, è palese il fatto che sia in rima, dal momento che
ciascun verso termina con le stesse consonanti hk, quindi addirittura una
rima più complicata del normale. Il fatto che questa sia
<<verosimilmente la più antica poesia monorima della letteratura
universale>> [secondo le parole di Christian J. Robin "Una
civiltà della scrittura", in A.de Maigret e A.Avanzini 2000: 125],
garantisce sulle origini autonome della rima in Arabia, ma non è
sufficiente a dimostrare l'esistenza di una produzione scritta di tipo
letterario su vasta scala.
Ed anche quando le
fonti indirette menzionano la scrittura, si tratta sempre di lettere,
missive diplomatiche, accordi politico-commerciali, iscrizioni. La
scrittura nell'Arabia preislamica, dunque, sembra essere utilizzata solo
per scopi pratici, per fissare delle norme oppure per trasmettere e
diffondere un sapere tecnico e forse politico, ma non storico, non
letterario, non religioso. Questi saperi, di cui ci accingiamo ad
analizzare le forme, sembrano essere fondati - invece - su un tipo di
trasmissione orale.
*
Tale concetto era stato felicemente espresso già nel IX secolo dal
poligrafo al-Jâhiz (m. 868):
<<Ogni civiltà si prefigge di preservare le proprie gesta e di
consolidare le proprie imprese, in qualche modo e in qualche forma. Gli
Arabi si sono adoperati per renderle eterne proprio attraverso la poesia
in metrica e il parlare rimato. È questo il loro archivio [diwân]. Al
contrario, le civiltà non arabe hanno scelto di fissarle nei
monumenti>>. (Jâhiz I, 71)
Come rilevato dagli
studi di J.T.Monroe [1972] e M.Zwettler [1978], infatti, la poesia
preislamica (le cui più antiche testimonianze risalgono agli inizi del VI
sec.) presenta tutti gli elementi tecnici e mnemotecnici propri della
poesia orale riscontrati in altre tradizioni e cioè:
-
metrica e prosodia atta ad essere cantata o salmodiata, corroborata
da un sistema di accentazione musicale, e non tonico, della lingua;
-
uso di formule: ripetizioni
di parole o gruppi di parole in medesima posizione all'interno del verso;
-
strutture formulari di tipo
sintattico: coniugazione o declinazione di elementi simili nella stessa
posizione di una frase, posizione ricorrente di un morfema in un verso,
costante cambio di posizione sintattica di due elementi in funzione
prosodica;
-
strutture formulari di tipo
lessicale, dove la sostituzione di un termine della formula produce un
nuovo sintagma formulare.
LA RIMA
Vi sono almeno altri
due elementi intrinseci, peculiari della lingua e della poesia araba,
funzionali alla trasmissione orale del corpus letterario:
-
La morfologia
caratteristica dell'arabo;
-
La rima.
Morfologia.
In arabo le radici, che costituiscono il semantema e sono in massima parte
costituite da tre consonanti, si innestano su schemi morfologici a
vocalizzazione e sillabazione fissa, costituenti il morfema. Ad esempio:
il morfema del participio attivo (e quindi l'agente) segue lo schema CâCiC
e il participio passivo (e quindi del prodotto di un'azione) segue invece
lo schema maCCûC. Dunque, tutte le parole formate dalle varie
radici su questi due schemi avranno simile funzione logica, oltre che una
struttura sillabica costante. All'interno della struttura
metrico-prosodica del verso, la invariabilità sillabica - come è
facilmente intuibile - risulta estremamente utile sia per chi debba
comporre estemporaneamente, sia per chi debba memorizzare e ripetere.
Rima. A
differenza della poesia classica greca e latina, tutta, ma proprio tutta,
la poesia araba classica è in rima, anzi in monorima, e spesso le poesie
prendono il titolo proprio dalla consonante con la quale rimano. La rima (qâfiya)
consiste nell'identità consonantica e vocalica dell'ultimo piede del
verso che prende il nome di rawî. Generalmente, nel genere della qasîda,
ossia la forma principe della poesia araba, rimano fra loro anche i primi
due emistichi.
La rima non è esclusiva della poesia. Anche gli "indovini"
preislamici, o più genericamente quelli che possiamo definire come
"i portatori del discorso religioso" (kâhin), usano un
"parlare rimato" che assolve a funzioni mnemoniche: il saj`
(prosa rimata).
SHI`R
Gli elementi tipici
delle manifestazioni culturali e folkloristiche trasmesse oralmente
(metrica rigida, rima, brevità del testo, formulari, scarso uso dell'enjambement,
ecc.) sono funzionali alla loro interpretazione drammatica. Il testo orale
è destinato ad essere performato. Anche la poesia (shi`r) preislamica è
principalmente una forma di intrattenimento e il poeta (shâ`ir,
letteralmente "colui che percepisce, colui che è sensibile") è
sostanzialmente un "perfomer" [Zwettler 1978: 26 e ss.; Monroe
1972: 12 e ss.]. Il poeta deve padroneggiare la lingua, la metrica, la
prosodia, e tutte le tecniche di composizione orale, acquisendo e
affinando un proprio patrimonio formulare - attinto dal fondo tradizionale
comune - che sia flessibile e adattabile alle diverse situazioni
performative. La sua "bravura", dunque, risiede soprattutto
nella capacità di improvvisazione. In altre parole come un musicista
inizia la sua improvvisazione con le scale che tutti conoscono,
aggiungendo nel corso della performance le sue variazioni, il poeta
inserisca i suoi particolari accenti su uno spartito che l'uditorio trova
familiare (usatissime formule iniziali sono <<qifâ wa-nabki>>,
"fermatevi e piangiamo insieme"; <<li-man talâlun>>,
"di chi sono le vestigia di accampamento") e attraverso uno
schema narrativo precostituito, seppure aperto. Il tutto finalizzato a
colpire l'uditorio (dare emozioni, appunto).
RIWÂYA
Nell'Arabia
preislamica il patrimonio storico-letterario, ossia la produzione dei
poeti e degli indovini, è custodito nella memoria del trasmettitore
orale: il râwî (plur. ruwâ), un vero e proprio professionista delle
tecniche mnemoniche. Il materiale che il râwî acquisisce e "trasmette"
è dotato di strutture formali funzionali alla trasmissione del sapere.
Infatti, se tutti i componenti di una tribù possono in qualche modo dirsi
trasmettitori "amatoriali" in quanto tutti, nel momento in
cui vogliono raccontare la propria storia e la propria mitologia, possono
citare qualche verso in maniera più o meno fedele a come lo hanno udito,
il râwî - figura semi-istituzionale all'interno di ciascuna tribù,
quasi il depositario della memoria storica dell'orgoglio tribale -
garantisce una "trasmissione perfetta" grazie all'impiego di
tutte le sue abilità e tecniche.
* Almeno
fino al VII sec., ossia fino a quando la poesia rimane circoscritta la
mondo beduino, il râwî "performa" il suo repertorio così come
lo ha appreso. Il processo di apprendistato e memorizzazione del râwî è
in certo modo diverso da quello del poeta, dal momento che quest'ultimo
non ha nemmeno bisogno di imparare a memoria le proprie poesie. Eppure
<<non si può sostenere che la "memorizzazione" attraverso
la lettura o l'ascolto di un "testo fissato" fosse, per un
professionista allenato ed immerso in una tradizione di poesia resa
oralmente, lo stesso che "memorizzazione così come lo si
apprende" (memorization as we know it). Al tempo in cui non esisteva
una netta distinzione fra parola scritta e parola parlata (in particolare
nel caso della poesia, che presuppone comunque un uditorio), sarebbe
difficile sostenere che l'esposizione approfondita di un tale performer a
poemi orali come a poemi composti per essere performati oralmente non gli
abbia fornito una sensibilità della composizione attraverso gli strumenti
di formule "orali", temi e via dicendo, analoghi, se non
identici, a quelli dello stesso poeta orale>> [Zwettler 1978: 25].
Sono dunque le strutture compositive intrinseche della poesia a diventare
strumenti mnemotecnici atti alla propria trasmissione.
La sua figura
assolve a diverse funzioni: è al tempo stesso rapsodo e trasmettitore,
cantastorie e filologo, impara a memoria le poesie, le raccoglie e le
interpreta in pubblico; dovendo approfondire anche le tecniche di
composizione, per soddisfare al meglio le esigenze dell'auditorio, può a
sua volta produrre nuove poesie. Infine le spiega, raccontando i contesti
e le circostanze storiche o leggendarie a cui esse sono legate.
2 - I "NUOVI
GENERI" DELLA LETTERATURA ORALE
Nel 612 debutta in
Arabia la missione profetica (nubuwwa) di Muhammad , che consiste
nell'annunciare agli Arabi la "parola divina". Il Profeta (nabî,
"nunzio") può sembrare un poeta, per le sue capacità
performative, può sembrare un indovino, per il fatto che recita in prosa
rimata, può sembrare un râwî , per il fatto che ripete qualcosa che gli
è stato insegnato, ma non porta poesia né oracoli, bensì annuncia la
"parola divina", si esprime nelle forme che Iddio gli indica,
anzi è Iddio stesso che parla per sua bocca. Infatti, a differenza del
Dio biblico o cristiano, il Dio musulmano non fa discendere le sue tavole
della Legge, vergandole di sua mano, né ispira a qualcuno la scrittura di
un testo sacro. Rivela invece "in un sol colpo" al suo Inviato,
per mezzo dell'Arcangelo Gabriele, una "recitazione" o
"lettura" - qur'ân (Corano, cioè) - durante una "notte
benedetta"; un "discorso" che deve essere riportato agli
Arabi nella forma esatta in cui è "disceso".
Il Qur'ân, dunque, è un atto orale e performativo la cui modalità di
trasmissione sembra ricalcare quella della letteratura orale ma, al tempo
stesso, rappresenta un nuovo genere letterario. Esso si distingue, fra
l'altro, per un uso fortemente innovativo del linguaggio: propone il dogma
di una lingua "perfetta" e "unificata" che superi la
Babele tribale preislamica, disseminata di varianti dialettali e
divergenze lessicali.
*
La lingua proposta è però sostanzialmente quella della poesia, ossia la
lingua aulica ed eloquente (fushâ) che non lascia spazio ad equivoci. I
suoi caratteri innovativi, individuabili sul piano stilistico-lessicale in
funzione della novità del messaggio, portano ulteriormente avanti il
processo di unificazione linguistica e al tempo stesso ampliano le
potenzialità comunicative dell'arabo.
Quali sono le
conseguenze dell'introduzione del Corano?
NUBUWWA
`Antara, uno dei più
antichi poeti preislamici il cui nome è giunto fino a noi, apre una
famosa qasîda chiedendosi:
i
poeti hanno lasciato ancora qualcosa da dire? e tu hai riconosciuto infine
il luogo ove dimorava l'amata?
Questi versi, come
osserva Abdalfattah Kilito [1988c: 5 e ss.], pongono l'ode al termine di
una tradizione narrativa che ha sempre cercato invano di rispondere a
domande simili. Essi riagganciano la memoria dell'auditorio a qualcosa di
noto e, se autorizzano il poeta a dire qualcosa che non è ancora stato
detto, pongono la poesia stessa alla fine di un percorso lungo il quale si
sono sovrapposte le voci di anonimi performer e trasmettitori, ciascuno
dei quali procedeva sulle tracce dell'altro. In questo meccanismo, comune
a tutta la produzione poetica preislamica, la questione dell'autenticità,
dell'attribuzione, del plagio e della falsificazione - in una parola
dell'autorialità - ha dunque un'importanza relativa rispetto al bagaglio
formulare della poesia orale, che è il vero patrimonio della collettività.
Solo quando sulla scena irrompe la profezia, si pone il problema
dell'autenticità, introducendo uno degli elementi fondante dell'intero
costrutto culturale arabo islamico: l'autore. La figura
dell'autore/discorso autorevole acquista infatti notevole importanza nell'Islâm
poiché è Iddio stesso a ricoprire per antonomasia questo ruolo: egli è
il primo "firmatario" di un'opera - il Corano - la prima entità
individuale autoriale-autorevole,
* Uno
degli attributi di Dio - nonché uno dei suoi santissimi 99 nomi - è
"al-matîn" ovvero "il Saldo" (Cor. LI, 58). Questo
aggettivo verrà applicato anche al "testo autorevole" di
argomento religioso (matn, dalla stessa radice), divenendo quindi un
sinonimo di autorità/autorialità.
laddove il suo
Inviato è semplicemente trasmettitore/amplificatore del messaggio.
MUSNAD
Se il Profeta non è
(per dogma) autore del Corano, è però anche il primo personaggio storico
le cui parole e azioni devono necessariamente essere dichiarate
autentiche: il Corano stesso consiglia al buon musulmano di prendere a
modello di comportamento la condotta del profeta. I "detti e
fatti" di Muhammad devono acquistare, dunque, quei connotati di
autorità che risultavano irrilevanti o comunque di relativa importanza
per tutti i "portatori di sapere" precedenti.
Il "sapere autoriale/autorevole" di Muhammad verrà conservato
con modalità fortemente originali e innovative perfino rispetto al
Corano: i "detti e fatti" del profeta (il cui corpus prenderà
poi il nome di sunna, tradizione) sono "testi orali", né in
versi né in prosa rimata, raccolti e custoditi fedelmente nella memoria
dei suoi primi Compagni. Essi sono trasmessi di generazione in generazione
attraverso una "catena di trasmettitori" (isnâd) che, a sua
volta, deve possedere l'autorità necessaria perché la trasmissione sia
considerata valida (sahîh) e degna di fede ("Vera", dunque). In
breve, il testo trasmesso (matn) è considerato ininfluente e inaffidabile
se non è "appoggiato saldamente" (musnad), ovvero è dotato
dello strumento preposto ad accertarne l'autenticità. Questo dispositivo,
in cui i due elementi (matn e isnâd) si appoggiano l'uno all'altro,
costituisce un nuovo strumento del sapere, il hadîth (racconto, evento,
"nuova") che sta alla base del concetto di autorità e
autorialità nell'Islâm. Si tratta, anche in questo caso, del prodotto di
una cultura orale.
3 - LA SCRITTURA
NEI PROCESSI DI FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ ARABO-ISLAMICA
All'alba dell'islâm
la scrittura è ancora uno strumento di trasmissione del sapere fortemente
inadeguato e inadatto alla fissazione inequivocabile di un testo. Essendo
l'evoluzione di un alfabeto di tipo aramaico (il nabateo), l'alfabeto
arabo contava 21 consonanti, mentre i fonemi consonantici dell'arabo sono
28; come in tutti i sistemi grafici semitici, non vi sono segnate le
vocali (se non alcune vocali lunghe e in maniera irregolare); inoltre,
dato il suo carattere di corsivo, vi sono numerose consonanti che, legate
fra di loro, hanno la stessa identica forma. Di conseguenza, l'ossatura
grafica di un testo veniva utilizzata per lo più come una sorta di
spartito che desse l'incipit a un qualcosa che già si conosceva a
memoria. La composizione letteraria, in definitiva, era ben lungi dal
trovare nella forma scritta il suo veicolo di trasmissione. L'introduzione
di espedienti ortografici per una registrazione più analitica del testo
(punti diacritici, vocali brevi, hamza, shadda, ecc.) è direttamente
connessa alla trascrizione della profezia coranica. Solo da quel momento
la scrittura, nella sua accezione meramente grafica (khatt), riceve un
riflesso della sacralità del Testo
Sacro sviluppandosi in tutti in tutte le direzioni.
*Parallelamente
si sviluppa in maniera eccezionale anche l'aspetto estetico della
scrittura, la calligrafia, la quale sembrerà diventare, nei suoi risvolti
artistici, il sostituto iconografico delle immagini umane in tutta l'arte
islamica. Non si cada però nell'abbaglio che l'islam debba per questo
considerarsi la "civiltà della scrittura" per antonomasia.
L'unica scrittura che riveste un ruolo iconico, e dunque sacrale, è
quella del Corano: non si troverà un oggetto artistico islamico, mettendo
da parte casi rari in ambienti persiani e turchi, recante pezzi di
calligrafia che non sia un versetto del Corano.
UMM AL-KITÂB
Il Corano è un vero
e proprio "libro orale". Pur essendo stato trasmesso da Dio a
Muhammad, e da questi agli arabi, in una forma prettamente orale, esso è
già SCRITTO (mastûr, "vergato, tracciato") nella
"Madre/Matrice del Libro" (Umm al-Kitâb), cioè una sorta di
archetipo increato che rappresenta una scrittura perfetta ed immutabile.
*Uno
dei diversi passi coranici in merito recita: "Noi ne facemmo un
Corano arabo perché vi sia comprensibile, ed esso, eccelso e
sapientissimo, si trova nella Madre del Libro presso di Noi" (Cor.
XLIII 3-4). Non ci è dato, ovviamente, conoscere il contenuto e la forma
celeste della Madre del Libro, se non attraverso descrizioni di carattere
necessariamente metaforico (esso, ad esempio, è "vergato su una
pergamena srotolata" dice Cor. LII, 2-3).
L'immutabilità del
Corano non consiste nel fatto di essere stato messo per iscritto dagli
uomini (come la Bibbia o il Vangelo), bensì nel fatto di essere una
composizione divina fedelmente recitata. Ne consegue che il Corano, anche
quand'anche assumesse la forma concretamente grafica di un volume, non
sarebbe un Libro scritto, bensì "trascritto".
L'innovazione nel concetto di "madre del Libro" sta nel suo
essere "elaborato a priori", e cioè nell'essere una "composizione"
preesistente alla sua trasmissione. Per la prima volta la composizione di
un testo letterario è concepita come definitiva e fissata una volta per
tutte (e nello specifico perfetta).
KITÂBA
Dal momento che
Iddio comanda al suo Inviato di recitare (o tutt'al più leggere) il suo
messaggio, Muhammad, durante tutta la sua vita, non si preoccupa di
fissare per iscritto la "Recitazione divina". Questa, dunque,
essendo soggetta alle regole della trasmissione orale - stante anche la
struttura del testo, che non è quella formulare della poesia -
rischierebbe di espandersi a dismisura in varianti/aggiunte/elisioni che
comprometterebbero l'unicità/univocità, autorialità/autorità del
messaggio originario. Ciò di fatto avviene per un certo periodo in cui si
producono numerose "letture" del testo (di cui 7 verranno
riconosciute ufficiali).Fortunatamente Iddio autorizza la trascrizione del
suo messaggio a ché sia ricordato
* <<Chi
vuole lo richiami alla mente su pagine sante, eccelse, purissime, con mani
di scribi nobili e pie>> (Cor. LXXX, 13-16).
e, così, circa 18
anni dopo la morte del Profeta, il Corano viene trascritto (nella sua
forma pressoché definitiva). Per la prima volta in Arabia un'opera di
carattere letterario (e non esclusivamente legale/normativo) viene messa
per iscritto in un "libro". Ma con "libro" (kitâb), a
quel tempo, si intendeva sostanzialmente un registro/indice. Il Corano
stesso contiene diversi riferimenti in merito: i libri di cui parla sono
quelli in cui sono meticolosamente registrate tutte le azioni umane prima
ancora che siano compiute;
*
In
questa sorta di registro le azioni vengono enumerate (Cor. XXXVIII, 29) e
nel <<libro degli empi>> sono annotate ciascuna con un suo
numero (Cor. LXXXIII, 7); alla fine dei tempi, il libro <<sarà
spalancato>> (Cor. XXXIX, 69) e gli uomini dovranno rendere conto di
quanto in esso contenuto.
dunque una
"raccolta" o "compilazione" (questa è forse l'origine
etimologica del verbo kataba "scrivere") di tipo documentale.
*
La funzione meramente legale-amministrativa della scrittura (kitâba) al
tempo di Muhammad è descritta con chiarezza nel versetto 282 della sura
II (della Vacca): <<O voi che credete, quando contraete un debito a
scadenza fissa, scrivetelo (uktubû-hu), e lo scriva (yaktub) fra di voi
uno scriba (kâtib) con rettitudine (bi-*adl) e non rifiuti lo scriba di
scrivere come Iddio gli ha insegnato; che scriva egli e glie lo detti il
debitore [...]. Convocate due testimoni [...] i testimoni quando sono
convocati per testimoniare non si rifiutino di farlo; non vi disgusti
metter per iscritto il debito, piccolo o grande che sia, fissandone il
termine di scadenza: questa è cosa più giusta presso Dio e più acconcia
alla testimonianza e più facile a non farvi venir dubbi. Ma se l'oggetto
della transazione è merce pronta che fate girare fra di voi non ci sarà
nulla di male se non metterete la cosa per iscritto [...]>>.
Essendo i criteri
sottesi alla redazione di questa prima "opera letteraria" vincolati
a questa idea di libro, non è un caso che l'ordine in cui le
rivelazioni coraniche sono arrangiate sia indipendente dal loro contenuto.
In esso non vi è alcun legame cronologico o tematico fra un capitolo (sura)
e l'altro (e spesso fra gruppi di versetti nella stessa sura): esclusa la
prima sura (la "Aprente") l'ordine dei capitoli è determinato
solo dalla loro ampiezza. Alla redazione di tipo archivistico del Corano,
inoltre, non soggiace alcuna delle funzioni mnemotecniche in uso
nell'Arabia del tempo.
Una delle conseguenze di questa trascrizione e redazione del Corano -
ossia nel momento il cui è "Il Libro", a costituire l'autorità
fondante di un intero sistema di sapere e di una intera società - è la
nobilitazione da un lato del concetto - prima pressoché inesistente - di
scrittura intesa come composizione (kitâba), dall'altro del concetto di
scrittura intesa come strumento di espressione grafica (khatt). La
scrittura divina dell'Umm al-kitâb, infatti, non è collegata con il
sistema di scrittura usato dagli uomini e, giacché la "parola"
coranica è parte del Libro, mentre la sua scrittura non lo è (o lo è
solo nella sua dimensione divina), l'unico collegamento fra i due elementi
sta nel dispositivo della "recitazione" (qur'ân). La kitâba,
piuttosto, è direttamente connessa al concetto di autorità e di
autorialità. Scrivere un testo equivale a fissarlo e renderlo il più
possibile immutabile; firmarlo poi (o attribuirlo a un autore
"autorevole") significa conferirgli autorità. Insomma: khatt e
kitâba divengono un valido strumento di trasmissione del sapere.
Anche grazie a ciò sarà ammissibile, e finanche raccomandabile, scrivere
(kataba) la "Biografia del Profeta", o le raccolte di hadîth, o
il canzoniere di un poeta, o la narrazione storica degli eventi
importanti, o un trattato di grammatica. I primi "libri" scritti
in epoca islamica sono per l'appunto la Sîra di Ibn Ishaq, il al-Muwatta'
di Malik, le cronache di Abû Mikhnaf che diventano la fonte di Tabarî, i
primi trattati di al-Duwâlî.
Daniele Mascitelli e
Lorenzo Declich
BIBLIOGRAFIA
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1988
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edidit M. J. de Goeje, 2 ed., Lugduni Batavorum, E. J. Brill, 1866.
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1972
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2001
"Les inscriptions de l'Arabie antique et les etudes arabes",
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1978
The Oral Tradition in Classical Arabic Poetry, Columbus
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